Caro 764,

queste parole le sentirai nel cuore domani, appena sveglio, fuori dal vetro. La fiala è pronta accanto al comodino, tra poco sarà rossa e potrò lasciarla a te con questi miei pensieri.

Credo tu sappia; domani è il giorno della compressione e tuo padre non potrà andare oltre, non ci sarà più.
Quando berrai queste mie parole, domani, l’acciaio rifletterà con la consueta bellezza le prime ore del tuo primo giorno libero.

Ti ho visto crescere nella tua scatola in questi trent’anni. E molte sono le cose di cui sono orgoglioso.
Sei stato un bravo figlio, il mio capolavoro; il sogno mio e di tua madre realizzato nelle tue pupille chiare e accese. Le tue gambe robuste hanno incarnato ogni nostra speranza, le tue mani, ampie e pulsanti mani, confermato la tua forza. Ti so libero e deciso, onesto e caparbio. Quante liti, o quanti silenzi tesi, sulla superficie del vetro. Non posso che ringraziarti per ogni parola dura, per ogni stimolo a non lasciarmi andare, che in questo mondo di merda non è semplice aver la convinzione che serva resistere.

Trent’anni fa ti abbiamo voluto, io e tua madre ci siamo amati e l’amo ancora. Non è un ricordo, lo sai. La teca dei documenti non la guardo mai, sono sicuro vi troverei vergogna e imbarazzo per le sfrontate debolezze che ho incarnato. Non è un ricordo la donna con cui ti ho messo al mondo, ma dentro di me nella sua essenziale bellezza; tua madre, le sue ossa e i suoi pensieri, in un angolo dei miei respiri, l’ho voluta lì a contare i giorni di vita che da solo avrei scontato. E se mi tocco il petto, in prossimità della capsula, mi sento sereno per averla onorata ogni giorno, curandomi della tua educazione, della mia educazione, per imparare e insegnarti a mia volta a essere padre.

Domani, dunque, sarò compresso per farti spazio. Ho chiesto che, come nei più banali romanzi di questo primo millennio lunare, le mie ossa e i miei pensieri siano riuniti ai suoi in attesa di te. Saremo accanto a queste parole, ci troverai piccoli e discreti. Deciderai che fare della nostra assenza.

La gestazione del tuo essere al mondo è stata semplice però, devo ammetterlo. Vorrei che ogni padre potesse avere un figlio così, probabilmente l’aria sarebbe meno scura, il sole brucerebbe meno polvere, le facce manterrebbero il candore dei primi giorni fuori dal vetro, come auguro sia per te.

Ti ho conosciuto, ti ho sentito piangere d’amore una volta e mi sono costretto al riserbo; siamo uomini, figlio mio, non era giusto venirti accanto. Ma in quelle lacrime ho trovato conforto, perché so che sarai un uomo buono e quando potrai finalmente vedere, toccare, baciare chi desideri e ti desidera, sarai pronto a tremare per la bellezza che non muore.

Non posso dirti altro. Questa fiala voglio sia dolce. Ti ho fatto dormire presto, perdonami, non ho resistito questa sera. Parlarti un’ultima volta, dirti addio, non ero in grado. Tuo padre è sempre stato così, lo sai, me l’hai detto tante volte, troppe volte. Ti ho guardato però, mentre ascoltavi i suoni della Terra, mentre ti concedevi qualche parco sorriso e ti ringrazio della dolcezza che contieni.

Il vetro sarà rotto appena il calore del sole raggiungerà i sensori della nostra casa, da domani sarà solo tua. Preservala e coltivaci gioie e tristezze con ugual passione. Tuo padre, e tua madre, ti lasciano due posti preziosi, riempili del tuo futuro.

Addio figlio mio. La mia stretta di mano, un’ultima parola d’amore per te.

Scritto da A. il 12.6.08

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Rimase ad ascoltare la pioggia, sgradevole.
L'acqua improvvisamente oltre il bordo delle nuvole precipitava sui cadaveri e li legava alla terra nel fango; invadendo ogni cavità, bloccava la fuga degli spiriti.
La casa. Sventrata. Sotto un tavolo non azzardava un movimento da ore. Un cane. Una stufa. L'ombra inutile di un cesto di vimini. Non era stato visto, o solo era stato confuso con le cose intorno adesso ugualmente irriconoscibili.
La pioggia, ingannevole. Insozzava l'aria, manteneva basso il fetore di bruciato. Per un attimo si confuse e provò fame. Le ultime feste trascorse. E il rifiuto di recitare una poesia idiota, in ginocchio sulla sedia, no, non era mai stato un bambino idiota. Arrosto come arrosto. In ginocchio, sotto il tavolo. Un conato di vomito. Poi più niente, ingoiò ogni cosa.
E rimase ad ascoltare la pioggia, spietata. Copriva i rumori, un coro di topi. Passi. No. Solo scrosci. Distingueva a stento le ragioni per cui rimaner vivo da quelle per cui tremare. Avevano sparato con un mitra, non c'era stato tempo di far nulla, neanche di cambiare faccia: il mitra si era agitato come un onda compressa in una bacinella. Le linee del fuoco precise su pezzi di corpi mai visti prima così bloccati, sospesi. Il nonno, leggero, si era sollevato incrociando la linea del fuoco. Appena sotto il petto. Un brivido, improvviso. Avrebbe voluto toccarsi. La fronte. Dove sentiva un preciso prurito. Avrebbe voluto controllare che fosse tutto in ordine, a posto, salvo. Non lo fece.
Rimase ad ascoltare la pioggia, immobile.

Scritto da A. il 12.6.08

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