Rimase ad ascoltare la pioggia, sgradevole.
L'acqua improvvisamente oltre il bordo delle nuvole precipitava sui cadaveri e li legava alla terra nel fango; invadendo ogni cavità, bloccava la fuga degli spiriti.
La casa. Sventrata. Sotto un tavolo non azzardava un movimento da ore. Un cane. Una stufa. L'ombra inutile di un cesto di vimini. Non era stato visto, o solo era stato confuso con le cose intorno adesso ugualmente irriconoscibili.
La pioggia, ingannevole. Insozzava l'aria, manteneva basso il fetore di bruciato. Per un attimo si confuse e provò fame. Le ultime feste trascorse. E il rifiuto di recitare una poesia idiota, in ginocchio sulla sedia, no, non era mai stato un bambino idiota. Arrosto come arrosto. In ginocchio, sotto il tavolo. Un conato di vomito. Poi più niente, ingoiò ogni cosa.
E rimase ad ascoltare la pioggia, spietata. Copriva i rumori, un coro di topi. Passi. No. Solo scrosci. Distingueva a stento le ragioni per cui rimaner vivo da quelle per cui tremare. Avevano sparato con un mitra, non c'era stato tempo di far nulla, neanche di cambiare faccia: il mitra si era agitato come un onda compressa in una bacinella. Le linee del fuoco precise su pezzi di corpi mai visti prima così bloccati, sospesi. Il nonno, leggero, si era sollevato incrociando la linea del fuoco. Appena sotto il petto. Un brivido, improvviso. Avrebbe voluto toccarsi. La fronte. Dove sentiva un preciso prurito. Avrebbe voluto controllare che fosse tutto in ordine, a posto, salvo. Non lo fece.
Rimase ad ascoltare la pioggia, immobile.

Scritto da A. il 12.6.08

 

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